Le (non) Olimpiadi 2020#13:Tommie Smith e John Carlos, un pungo alzato a favore dei diritti umani

di Francesco Incorpora

I Giochi Olimpici sono senza ombra di dubbio l’evento sportivo più coperto da media e televisioni di tutto il mondo, nelle ultime edizioni infatti si è raggiunto addirittura un numero superiore a 200 nazioni rappresentate. Per ovvie ragioni, i giorni della rassegna a 5 cerchi diventano quindi l’occasione ideale per chiunque per protestare, manifestare le proprie idee o più semplicemente essere sotto lo sguardo del mondo per qualche minuto.
Proprio per questo motivo nella storia dei giochi non sono mancati boicottaggi o proteste più o meno vistose. Se il reciproco forfait tra Stati Uniti e Unione Sovietica è noto al mondo intero, molto meno noto è quello della maggior parte delle nazioni africane nell’edizione del 1976 in segno di protesta contro l’ammissione della Nuova Zelanda, rea di aver inviato la propria nazionale di Rugby in tournée in Sud Africa in pieno periodo Apartheid.
Anche a livello individuale i gesti plateali non sono mai mancati: dalle unghia con smalto arcobaleno contro l’omofobia alle braccia alzate con i polsi incrociati del maratoneta etiope Feyisa Lilesa a Rio 2016. Ma la madre di tutte le proteste rimane ovviamente quella messa in atto dai due velocisti americani Tommie Smith e John Carlos.
Il clima di quegli anni era parecchio teso: 3 anni dopo la marcia di Selma la situazione negli Stati Uniti stava diventando incandescente, le morti di Martin Luther King e Bob Kennedy, oltre al perdurare del conflitto in Vietnam, non facevano che inasprire una situazione già al limite per l’annosa piaga del razzismo. In questo clima di tensione il gesto dei duecentisti afroamericani acquistò un valore simbolico ancora più potente.
Il plateale gesto ha origine grazie ad un suggerimento dell’Olympic Project for Human Rights, impegnato attivamente da anni per portare all’attenzione pubblica le questioni riguardanti i diritti umani. Durante la cerimonia di premiazione, in seguito all’oro e al bronzo vinti nei 200 metri piani, Smith e Carlos attesero l’inizio dell’inno americano per abbassare il capo ed alzare i pugni, foderati da un guanto nero, verso il cielo.
La protesta costò agli atleti l’esclusione dai Giochi e l’allontanamento dal villaggio Olimpico. Tuttavia, essi restano simbolo della protesta più clamorosa della storia delle Olimpiadi.
Ciò che in pochi sanno di questa vicenda è che anche Peter Norman, medaglia d’argento australiana, partecipò al gesto di protesta indossando una spilla dell’OPHR; non solo, a quanto pare fu proprio lui a suggerire ai due americani di indossare un singolo guanto ciascuno, dato che Carlos dimenticò di portare il suo paio. E proprio Norman fu la persona che pagò le più gravi conseguenze di quel gesto: tornato in patria venne aspramente criticato ed allontanato dalla Nazionale, e quattro anni dopo, pur essendosi qualificato per le gare di Monaco, venne escluso dalla delegazione oceanica che preferì non presentare alcun velocista.
Norman non venne neanche preso in considerazione per partecipare all’organizzazione dei Giochi di Sydney 2000, pur essendo il più grande sprinter della storia dell’Australia. Solo dopo la sua morte, nel 2010, il governo australiano si scusò con Norman e ammise i propri errori, proclamando il Peter Norman Day. Ma Norman non fu mai solo: nel giorno della sua morte, nel Giugno del 2006, a portare il feretro del grande atleta australiano c’erano gli amici di un tempo, Tommie Smith e John Carlos.

Pubblicato da Redazione

Giornale regionale amatoriale sullo sport

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