Ciclismo: Catania/Trapani/Catania no-stop

Lo spirito delle randonnèe, raccontato da chi l’ha vissuta su uno dei percorsi più impegnativi in Sicilia

La Randonnée è una corsa di resistenza, in cui si misura la tenuta atletica e – soprattutto – quella mentale. Ci si confronta con sé stessi.
Il ciclismo, sport individuale e di gruppo al contempo, viene declinato fino al limite del parossismo in queste sue caratteristiche.
Sei in lotta contro il tempo, quello massimo permesso per concludere il percorso, contro te e nessun altro.
Per questo non esiste un ordine d’arrivo inteso come classifica, ma soltanto un elenco dei finisher, coloro che hanno terminato la rando entro il tempo stabilito.
Se ti va bene, trovi in corsa qualche compagno col tuo stesso passo, col quale condividere chilometri, fatiche, risate e avversità.
Non è raro che ciclisti fisicamente ben allenati cedano di fronte alla distanza, consumati dal tempo, dalla solitudine e dalle difficoltà affrontate. Occorre tenacia.
E rassegnazione.
Perché se hai già percorso 620 km e ne mancano 60 al traguardo, devi accettare l’idea che molto probabilmente starai col culo sul sellino per altre due ore, almeno.
Inutile forzare e pensare che aumentando l‘andatura abbrevierai l’agonia. A 40 km/h guadagneresti 15 minuti scarsi. Se non scoppi in meno di 15’ a quel passo.
Devi chinare il capo e adattarti, sottometterti all’idea della sofferenza prolungata che ormai si è fatta più mentale che fisica. O sei tenace o devi estraniarti e pedalare col pilota automatico. O vagare con la mente. Vi assicuro che se ne pensano di cazzate in quei momenti.
La CT-TP-CT racchiude questa essenza delle randonnée.
Percorso duro già per come disegnato: tagitto nervoso da 680 km, 8.100 m di dislivello, 40 ore a disposizione.
A ciò si aggiungono tratti di strade che paiono disastrati a posta per armonizzarli col resto del paesaggio: brullo, colori spenti o saturi senza via di mezzo.
Un territorio agreste piuttosto insidioso in alcuni passaggi, spesso alienanti di giorno e infidi con le tenebre.
Non ti lascia mai riposare mentalmente, prima di ogni cosa. Devi sempre badare a possibili complicazioni e ai naturali trabocchetti. A cominciare dalla mancanza di acqua.
Beh, per modo di dire. Se l’anno scorso, quando fu organizzata a giugno, si dovette affrontare un caldo che avrebbe scoraggiato un tuareg, con temperature di 42 gradi, quest’anno è stata la volta dell’acqua. Intesa come quella che scende dal cielo.
Primo giorno: 90 km sotto la pioggia, a tratti davvero violenta.
Secondo giorno acquazzoni sparsi, in modo da non darti mai la possibilità di pedalare asciutto.
Il colmo è stato ai meno 30 da Catania: 5 minuti di temporale notturno, forte e improvviso come il tiro di Seedorf per il 3-2 nel derby 2004; in modo da farti arrivare bagnato al timbro finale.
E l’acqua porta fango su strade già ai limiti della percorribilità. Il fango, detriti. Con tutti i rischi del caso (forature, rotture, scivolate, ecc.).
Le difficoltà crescono fino a “Level: Ciclismo Epico”. Oppure, per i meno romantici, “Ma ‘ndo cazz dobbiamo andare che co’ ‘sto tempo non girano manco i ladri”.
E tutto sommato devo ritenermi fortunato.
Della Compagnia del Pignone (Orlando Riccelli, Orazio Romano, Giovanni Ruggeri ed io) sono stato l’unico su quattro a non avere noie meccaniche.
Un’escalation di sfiga iniziata alle 22:00 circa di sabato, quando bucano a breve distanza Gianni e Orazio. Proseguita domenica con le tre forature di Gianni, la sua ruota posteriore disassata e – infine – la rottura del cambio di Orlando.
Esattamente in quest’ordine.
Vista la spirale di sorte avversa, nel mio delirio, non nego d’aver pensato che mi sarebbe toccato qualcosa di irreparabile: rottura di raggi della ruota, della catena o essere colpito da un fulmine. E questa pareva l’ipotesi più accreditabile visto che lampava come se nei dintorni ci fosse qualche festa patronale e noi stavamo su bici in carbonio a solcare colline prive di riparo.
Al netto di tutto, dunque, si può dire sia stata davvero una figata.
Eventi così ti permettono di conoscere meglio te stesso e fare la conoscenza di gente nuova.
Quella con cui condividi un certo modo di intendere il ciclismo e a cui non devi spiegare perché lo fai. Tipi che nella vita fanno i mestieri più ordinari, non hanno velleità da “Noi Uomini Duri” o rincorrono il mito di Pantani. Che si allenano rubando tempo al riposo lavorativo e permessi alle mogli/fidanzate; spesso in orari improbabili.
Tipi normali che fanno qualcosa di anormale.
Sostanzialmente persone comuni, magari con tratti masochistici, il cui bambino interiore non è solo bello pimpante, ma pure in sella al triciclo.

Considerazioni di Domenico ERRIGO – Partecipante per il secondo anno alla CT TP CT

Pubblicato da Redazione

Giornale regionale amatoriale sullo sport

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