Damiano Caruso, un decimo posto al Tour da gregario. E ora Imola….

di Valentino Sucato

Decimo al Tour 2020. Un risultato impensabile sin dall’inizio della manifestazione transalpina. Caruso, in lingua siciliana, picciriddu, ragazzo, forse ha il suo destino legato a quel cognome molto diffuso in Sicilia. Uno che attende di diventare grande. Eppure l’Aquila degli iblei ormai ha 32 anni, tanti per un ciclista che aspirerebbe ad avere un nome altisonante del panorama mondiale. Damiano, però, ha deciso di rimanere un gregario. Un peccato di umiltà che fa disperare i suoi tifosi, tanti per la verità, che in lui vedono le stimmate di un ciclista da podio nei grandi giri. Ma lui ha deciso di rimanere “gregario”, un fedele punto di riferimento per i suoi capitani, un eterno picciriddu che ha paura di diventare adulto, grande.
E’ stato valido scudiero di Nibali, di Porte e di quel Van Garderen che mai ha mostrato in una scala gerarchica interna alla BMC una superiorità tecnica rispetto al ragazzo Ragusa.
Cassani lo vuole sempre con sé in Nazionale, convocato sempre pur non essendo un capitano, per Caruso la maglia azzurra non manca mai. E lo sarà anche in questo 2020 dal mondiale ricco di speranza con un Nibali che scalpita sapendo peraltro che potrebbe essere l’ultima occasione per indossare l’iride.


In un anno travagliato per via della pandemia, quando tutto si è rimesso in moto dopo il lockdown, Caruso ha detto “Io ci sono” ed è andato a vincere, in terra iberica, il Circuito di Getxo.
In questo Tour avarissimo per i colori italiani, Caruso è stato il vero leader della squadra, capace di dettare i tempi e i ritmi di una corsa che ha visto per le strade di Francia il grande duello sloveno finito con la vittoria di Pogacar in una pazza cronometro che passerà alla storia come “la battaglia fratricida tra due sloveni in terra gallica” alimentando i miti di una località, la Planche des belles fillet, resa mitica dalle leggende e, negli ultimi decenni, dal ciclismo.
Ma torniamo all’Aquila degli Iblei il cui capitano, quel Mikel Landa, è in continua attesa di vincere qualcosa di importante, un’eterna promessa, un fiore che tarda a sbocciare. Anche in questo Tour, Caruso, si è incaricato di “portare la croce e recitare il Rosario” un durissimo lavoro, spesso anonimo, ma solo per le telecamere.
Sul Col de Loze, è stato commovente. Punta di diamante di una squadra che ha giocato tutte le sue carte per cercare di spingere il mediocre Landa nei piani alti di una classifica che comunque è rimasta sempre incerta ed equilibrata e che cambiava, a parte per i due sloveni, giornalmente. Ma su quel colle si è avuta la triste consapevolezza che Caruso abbia lavorato inutilmente per un capitano che si polverizzato al momento topico, con il serbatoio subito in rosso, dietro a quel suo gregario, Caruso, appunto, che andava su come una McLaren…
Il giorno successivo, nella tappa che terminava a Roche sur Foron, Caruso è andato in avanscoperta con Bilbao, aspettando quelle buone notizie dall’ammiraglia che mai sono arrivate. Davanti ad un Landa boccheggiante, emergeva l’inutile lavoro di un Caruso che si è ritrovato a predicare nel deserto.
La crono di questo sabato epico nella Planche de belle Filles ha messo in mostra la crudeltà dello sport e del ciclismo in particolare, un duello a colpi di secondi che ha capovolto i primi due posti della classifica consegnando al giovane Pogacar la vittoria finale che sarà resa ufficiale domani nel tempio del ciclismo, quegli Champs Elysee, palcoscenico ideale per salutare i sopravvissuti del Tour. A coloro i quali hanno i capelli brizzolati sicuramente sarà venuto in mente quel 1989 e quel trionfo di Lemond ai danni di Fignon.
Oggi resta però la soddisfazione di un Caruso superlativo in una crono dura e difficile nella quale ha dimostrato con un settimo posto a 2’29 dal divino Pogacar, e una decima posizione nella classifica finale, di essere pronto per il campionato del mondo di Imola. Un’amara consolazione. Troppo poco, per un ragazzo che parla poco ma fa contare i fatti.


Finita la passarella finale di Parigi dove “u picciriddu” si stropiccerà gli occhi, immagazzinando quelle immagini che gli serviranno fra qualche decennio per raccontare le sue imprese sportive ai suoi nipotini, volerà in terra emiliana, pronto per pedalare, per sudare, per aiutare il capitano di turno e sicuramente per onorare come sempre la maglia che indossa che per l’occasione sarà azzurra come il mare d’estate di Punta Secca dove qualche anno fa un Picciriddu si tuffava sognando chissà un giorno di arrivare in bicicletta a Parigi.

Pubblicato da Redazione

Giornale regionale amatoriale sullo sport

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